Negli ultimi 20 anni, l’Italia è stata nell’Unione europea l’ultima della classe in termini di finanza pubblica, esclusa la Grecia che è quasi fallita. Il capitolo è noto, e non serve ricordare l’elevato debito pubblico, aumentato da quando la moneta unica ha visto la luce, nonostante le tante promesse fatte ai nostri partner europei. Ormai è chiaro in questa fine d’anno che anche su un altro fronte l’Italia sembra essere sempre più in ambascia nel rispettare le regole: la libera concorrenza.
Dietro ai casi Alitalia, Banca popolare di Bari o ILVA, per citare solo quelli d’attualità in questi giorni, si nasconde un paese che vive con ritrosia le regole del mercato unico, ossia il divieto di aiutare con la mano pubblica società in crisi se non in situazioni estreme: con la partecipazione alle perdite da parte di azionisti o creditori, nel caso delle banche, o secondo criteri di mercato, negli altri casi.
Ho citato tre situazioni attuali, ma avrei potuto anche menzionare esempi più antichi. Vado a memoria: la Banca popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Etruria, Banca Marche e le Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti. Sono attualmente una ottantina i casi sospetti di aiuti di Stato aperti a Bruxelles.
Sia sul fronte della libera concorrenza che su quello delle finanze pubbliche, l’Italia dimostra difficoltà nel rispettare le regole che i paesi europei si sono dati quando hanno deciso di beneficiare insieme di un grande mercato unico. Se oggi in Europa un governo nazionale non può salvare a piacimento aziende in crisi, è perché vi è il tentativo a livello comunitario di evitare distorsioni alla libera concorrenza.
Le difficoltà italiane riflettono la realtà di un paese che crede relativamente ai benefici del libero mercato. Dati della Commissione europea sono rivelatori. La Germania distribuisce ogni anno aiuti pubblici legali per un totale pari all’1,6% del prodotto interno lordo (circa 40 miliardi di euro); il 96% del denaro va ad aiutare settori dell’energia e dell’ambiente, con l’obiettivo di ridurre i costi di produzione in ambiti innovativi. Viceversa, l’Italia spende in media lo 0,2% del PIL (appena 3 miliardi di euro), ma il denaro va soprattutto a sussidiare l’esistente, non a incentivare nuove produzioni o a stimolare nuovi servizi.
Più in generale, dietro ai vari casi aperti a Bruxelles si nasconde l’assetto clientelare della società nazionale. Nello stesso modo in cui il debito pubblico finanzia il permanere di molte delle nostre inefficienze e debolezze, l’uso del denaro statale per salvare aziende decotte nasconde il desiderio o la necessità di proteggere clientele più o meno radicate. Secondo gli analisti di Equita Sim, citati dal sito di notizie e analisi finanziarie First Online, negli ultimi cinque anni lo Stato avrebbe stanziato 21 miliardi di euro per salvare istituti di credito in crisi.
Le più recenti crisi bancarie sono state provocate certamente dalla stagnazione economica, ma probabilmente anche da prestiti concessi con troppa leggerezza a clan professionali e a clientele politiche. Nonostante crescenti difficoltà, il management e la proprietà spesso non hanno ristrutturato per tempo. La ragione è un conflitto d’interesse: in molti casi i creditori della banca sono anche i suoi azionisti che non avevano voglia di subire la ristrutturazione dei loro prestiti.
Sovente, pur di mantenere in vita la banca, il management e la proprietà hanno quindi venduto ai propri depositanti obbligazioni di cattiva qualità o comunque troppo generose in termini di rendimenti. In alcuni casi, gli istituti di credito sono stati accusati di avere raggirato i propri correntisti. E’ possibile. Ma potremmo anche chiederci se molti investitori non abbiano dopotutto accettato di correre un rischio nella speranza (consapevolezza?) che lo Stato li avrebbe salvati.
Torniamo al ruolo della mano pubblica nell’economia.
Negli anni, il senso di giustizia nella società italiana è andato indebolendosi in modo preoccupante. Mentre le inefficienti amministrazioni pubbliche, para pubbliche e anche private lavorano d’ingegno per rincorrere una innata evasione fiscale, inventandosi nuovi balzelli, o moltiplicando leggi e regolamenti per proteggersi da eventuali ricorsi, gli italiani tentano di difendersi dalle tante storture del paese cercando aiuto o sostegno tra gli amici e nelle file delle numerose famiglie e corporazioni per scansare multe, ottenere un permesso di costruzione, sbloccare una pratica, aiutare un famigliare a trovare lavoro.
In passato le tante famiglie nazionali avevano sufficiente margine di manovra per redistribuire reddito e compensare vere o presunte ingiustizie. Nel corso del tempo, e soprattutto dopo lo scoppio della grave crisi finanziaria ed economica del 2008, lo Stato è diventato al tempo stesso la fonte di molte delle storture, ma anche l’elargitore di molti risarcimenti e indennizi, in un circolo vizioso che appare oggi particolarmente incompatibile con le regole europee dei conti pubblici e della libera concorrenza.
(Nella foto, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante un recente incontro dedicato alla crisi dell’ILVA a Taranto)