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In Olanda, l’economia è forte, ma il populismo è in crescita – Come è possibile?

Si vota in Olanda mercoledì 15 marzo per il rinnovo del Parlamento nazionale, e i sondaggi danno in ottima posizione Geert Wilders, l’esponente xenofobo e nazionalista che guida il Partito per la Libertà (PVV). Una vittoria di Geert Wilders non necessariamente si tradurrebbe nel suo arrivo al potere; coalizioni alternative sono possibili. Eppure, il successo del partito è a portata di mano. Nulla di più paradossale.

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Pochi paesi europei come l’Olanda hanno una economia in così buona salute. I dati del 2016 sono sorprendenti: l’economia è cresciuta del 2,0% (1,7% nella zona euro); la disoccupazione era del 6,0% (10%), il deficit pubblico dell’1,4% del PIL (1,8%), il debito pubblico del 63% del PIL (92%). La radicata presenza di immigrati musulmani, criticata da Geert Wilders e da altri, è in parte almeno il capro espiatorio di un malessere che va oltre l’economia, e che si esprime tra le altre cose in dubbi crescenti sul futuro dell’euro. In febbraio, il Parlamento olandese ha deciso di aprire una indagine sulle prospettive della valuta, stilando vantaggi e svantaggi della moneta unica. D’altro canto, l’attuale incertezza politica ed economica in cui versa l’unione monetaria è per gli olandesi fonte di angoscia e di preoccupazione. Il paese ha fatto dell’ordine e della prevedibilità un pilastro della vita sociale. La tolleranza dell’altro è una decisione pragmatica, non una scelta spontanea. Forse non potrebbe essere altrimenti. L’Olanda ha una densità della popolazione elevatissima (in media 450 abitanti al chilometro quadrato, con picchi di 900 abitanti al chilometro quadrato nel quadrilatero tra L’Aja, Rotterdam, Utrecht e Amsterdam) e deve fare i conti con la perenne minaccia dal mare, proteggendo i suoi polder recuperati con fatica all’Oceano. Il 26% del territorio è sotto al livello del mare e il 55% è potenzialmente inondabile: nulla o quasi in queste circostanze può essere lasciato al caso. D’altro canto, Je maintiendrai è la divisa della casa reale olandese. Più in generale, la verità è che probabilmente l’Olanda non è mai stata un paese europeista, né tanto meno federalista. Alla Farnesina, anni fa, correva la battuta che in mancanza di istruzioni da Roma un diplomatico italiano dovesse capire le intenzioni della sua controparte olandese; e per non sbagliare fare il contrario.

L’Olanda non è un paese continentale. Proiettata verso il largo, è un popolo di commercianti che da secoli negoziano con il resto del mondo e che Frans Hals o Johannes Vermeer hanno raffigurato nei loro dipinti. Intoccata dalla Grande Guerra, a risucchiarla nella politica continentale è stata l’invasione tedesca del 10 maggio 1940, con tutte le conseguenze che il secondo conflitto mondiale ha provocato in Europa. Il paese appartiene al piccolo gruppo di stati fondatori dell’Unione (insieme alla Francia, alla Germania, al Lussemburgo, al Belgio e all’Italia), ma c’è da chiedersi se la scelta di optare per l’integrazione europea non sia stata dettata soprattutto dalla perdita della grande colonia indonesiana, testa di ponte commerciale in Asia. L’Aja concesse l’indipendenza al paese nel 1949, due anni prima della firma nel 1951 della Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio. La CECA prima, la CEE dopo sono state strumentali all’animo mercantilista degli olandesi, che in politica si vogliono fondamentalmente neutrali, come ogni buon commerciante. Durante la Guerra Fredda si sono affidati all’ombrello dell’Alleanza Atlantica, ma con la Caduta del Muro il loro tradizionale neutralismo è tornato in auge; e oggi l’euroscetticismo olandese è dettato da una Bruxelles ritenuta non sufficientemente liberale. “Siamo in fondo dei tedeschi che vorrebbero essere dei britannici”, dice un alto responsabile olandese. “Culturalmente, siamo degli inglesi che guidano dall’altra parte della strada…”. Non bisogna dimenticare che nel 2005 il paese votò al 61% contro l’allora progetto di costituzione europea. Con la decisione della Gran Bretagna di lasciare l’Unione, anche l’Olanda è chiamata a interrogarsi in profondità sulla sua strategia europea. In ultima analisi, al di là o meno del risultato che otterrà Geert Wilders, le elezioni del 15 marzo devono essere lette in questo contesto.

(Nella foto, Geert Wilders, 53 anni, il leader del Partito per la Libertà)

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