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Roma-Francoforte – L’arrivo di Draghi e il nodo della BCE

Ora che Mario Draghi è destinato con ogni probabilità a diventare presidente del comitato esecutivo della Banca centrale europea – manca la decisione finale del consiglio europeo del 24 giugno – il dibattito a Roma e a Milano riguarda la battaglia per il governatorato della Banca d’Italia. Una scelta deve essere fatta al più tardi entro fine ottobre quando Draghi lascerà Roma alla volta di Francoforte. Commenti ed editoriali si concentrano sui diversi canditati in lizza o sulla necessità in questo frangente di difendere l’indipendenza della Banca d’Italia.

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In realtà c’è un altro aspetto, forse meno  accattivante ma altrettanto delicato, che va tenuto in considerazione: la preservazione dell’indipendenza della BCE. Mi spiego meglio. Regole europee di buona creanza vogliono che non vi siano due persone della stessa nazionalità nell’organismo di sei membri che guida l’istituto monetario a Francoforte. Oggi un italiano già siede nel comitato esecutivo. E’ Lorenzo Bini Smaghi, 54 anni, nominato nel 2005 per otto anni. Chiedergli di liberare la posizione a metà mandato, come hanno fatto i francesi un po’ bruscamente in modo da mettere al suo posto un loro connazionale, non è così facile. Lo statuto della BCE (articolo 11.4) prevede che un membro del comitato esecutivo non possa essere rimosso se non per “colpa grave”. L’articolo è stato scritto con l’obiettivo di difendere l’indipendenza dei banchieri centrali rispetto al potere politico.


Gli stessi rapporti di convergenza, pubblicati ogni anno con un’analisi dei paesi dell’Unione che ambiscono a entrare nella zona euro, precisano ulteriormente cosa si intenda per indipendenza. La revoca di un governatore nazionale può avvenire solo per “grave mancanza”, si legge nel rapporto del 2010. Evidentemente, Bini Smaghi può dimettersi prima della fine del suo mandato, ma non può farlo su pressione dei governi europei che vogliono a tutti i costi rispettare una regola non scritta, peraltro discutibile. I banchieri centrali della BCE non dovrebbero forse essere scelti per merito piuttosto che per nazionalità? Qualche anno fa la stessa cosa era successa a Wim Duisenberg, che si dimise nel 2003 per lasciare il posto a Jean-Claude Trichet sulla base di un accordo europeo raggiunto dietro le quinte nel 1998. Pur di difendere l’indipendenza della BCE il banchiere centrale olandese attribuì sempre le proprie dimissioni a una scelta puramente personale: il desiderio – affermato fin dal suo insediamento – di non voler portar a termine il suo mandato. Per ora, l'istituto monetario mantiene sulla vicenda un basso profilo, ma il nervosismo si tocca con mano, anche perché in Italia la questione non sembra essere stata pienamente capita. Interpellato questa settimana dal Sole/24 Ore, Jürgen Stark, membro tedesco del comitato esecutivo, ha detto di “non essere a conoscenza di regole” che vietano a due persone della stessa nazionalità di sedere nell’organismo direttivo della BCE e ha ricordato che “un esponente del comitato esecutivo ha un mandato di otto anni”. Indirettamente Stark ha quindi messo l’accento sulla necessità di preservare l’indipendenza della BCE e dei suoi banchieri centrali. Nel fare le sue scelte, il governo italiano dovrà tenere conto anche di questo aspetto, se vorrà evitare un fastidioso e imbarazzante scontro a livello europeo. La soluzione più ovvia è di fare a Bini Smaghi un’offerta professionale che gli permetta di dimettersi a cuor leggero e che nel contempo consenta alla BCE di non veder intaccata la propria autonomia.

 

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(Nella foto, un'immagine recente di Lorenzo Bini Smaghi)

  • Filippo Caffarelli |

    Credo che la scelta di Draghi si ricollega alle qualità intrinseche del candidato – la capacità di avere visioni e strategie – non credo che essa sia imputabile alla italianità del candidato. Il discorso sulla eccessiva rappresentatività di un Paese contrasta con le regole della Banca: sotto questo profilo Stark ha ragione

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