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Rifugiati in Belgio, da Karl Marx a Lord Byron. I predecessori di Carles Puigdemont

Carles Puigdemont, che da lunedì sera è a Bruxelles, sta mettendo in grave difficoltà il governo belga. Le autorità spagnole hanno emesso un mandato d’arresto europeo nei confronti del leader indipendentista catalano e non sarà facile per il Belgio sbrogliare una matassa politica e giuridica. In passato, negli anni 90, questo paese ha rifiutato l’estradizione di alcuni militanti baschi per paura che venissero torturati in Spagna.

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I tempi sono cambiati e la vicenda è diversa. Spagna e Belgio condividono la stessa moneta e negli ultimi venti anni hanno partecipato insieme a una maggiore integrazione europea, anche in campo giudiziario. Difficile poi temere che Carles Puigdemont – accusato di ribellione, sedizione e malversazione per avere proclamato l’indipendenza della Catalogna – possa essere torturato in patria. Al tempo stesso, agli occhi dei belgi potrebbero valere altre considerazioni: la difesa di una eventuale libertà di espressione, per non parlare di beghe interne tutte belghe. Il governo di centro-destra guidato da Charles Michel è sostenuto dagli autonomisti fiamminghi che potrebbero usare la questione in chiave di politica interna.

Il Belgio non è nuovo a queste situazioni rocambolesche e controverse. Nel 1845, Karl Marx si trasferì a Bruxelles dopo essere stato cacciato prima dalla Germania poi dalla Francia per le sue idee troppo rivoluzionarie. Il Belgio era allora la patria europea del liberalismo. Marx non ebbe un buon ricordo del suo periodo bruxellese: definì il Belgio “la patria e la riserva di caccia dei proprietari terreni, dei capitalisti e dei preti”. Fu espulso nel 1848 perché i governanti belgi temevano che il morbo della rivoluzione francese attecchisse anche nel loro paese. Nel 1861, fu la volta di Victor Hugo che trovò rifugio a Bruxelles, scappando da Napoleone III. Lo scrittore credeva nell’eguaglianza sociale e nei valori democratici, e definiva l’imperatore “le petit”, il piccolo. Lasciò il Belgio nel 1871, dopo la sconfitta francese nella guerra franco-prussiana.

Sempre nell’Ottocento scappò a Bruxelles Lev Kibalchich, un ufficiale dell’esercito russo anti-zarista che prima di installarsi in Belgio assieme alla moglie vagò per l’Europa “alla ricerca di un tetto a buon mercato e di buone librerie”. Il figlio, che assunse il nome di battaglia di Victor Serge, nacque a Bruxelles nel 1890, diventando un famoso anarchico e anti-bolscevico. Si trasferì a Parigi nel 1909. Altri fecero la stessa scelta più o meno volontariamente. Vissero in questo paese gli scrittori romantici francesi Arthur Rimbaud, Paul Verlaine e soprattutto Charles Baudelaire, di cui una esposizione in questi giorni in un museo di Bruxelles ricorda i tanti versi diffamanti nei confronti di una capitale che detestava. Indebitato in Inghilterra e separatosi da Augusta Leigh, Lord Byron si installò anch’egli a Bruxelles, nel 1816. Vi arrivò accidentalmente, per via di un guasto alla carrozza mentre attraversava il paese. Vi rimase poche settimane. E’ probabilmente la speranza che coltivano oggi i dirigenti belgi quando riflettono al futuro di Carles Puigdemont.

(Nella foto, Carles Puigdemont, il presidente destituito della Catalogna, 54 anni, durante una conferenza stampa a Bruxelles martedì 31 ottobre)

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