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Slovacchia – Il paese della solidarietà flessibile – 13/11/16

LETTERA DA BRATISLAVA – Da tempo, la località di Gabcikovo non ospita più le aule dell’università di Bratislava. Il governo slovacco ha riconvertito il sito, a un’ora di strada dalla capitale, in un centro di accoglienza per profughi. Gli edifici costruiti dall’allora regime comunista cecoslovacco ricordano i Plattenbauten della Germania Orientale: parallelepipedi squadrati che spuntano all’orizzonte nella campagna coltivata a grano. La Slovacchia si oppone al ricollocamento obbligatorio in tutta Europa dei rifugiati arrivati in Italia e Grecia. In cambio, ha deciso di accogliere temporaneamente a Gabcikovo i profughi in attesa di ricevere asilo nella vicina Austria.«Stanno per 6-12 mesi, il tempo che la richiesta venga trattata dalle autorità austriache», spiega Jana Janovicova, responsabile dei centri di asilo del ministero degli Interni slovacco. «Noi siamo un Paese di transito. Nei fatti, nessuno vuole rimanere qui». In una recente visita in luglio, il centro accoglieva appena 14 persone. In gennaio, tuttavia, ospitava fino a 499 rifugiati, quasi tutti siriani. L’esperimento è simbolico di come l’Est interpreta la collaborazione europea nel campo dell’immigrazione. Presidente di turno dell’Unione, la Slovacchia, insieme a Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, propone la «solidarietà flessibile».
Il tema delicato dell’immigrazione sta spaccando l’Europa, mentre l’Unione sta discutendo una sofferta riforma del diritto d’asilo. In settembre, il ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn è arrivato al punto di dichiarare che l’Ungheria, colpevole anch’essa di non fare la sua parte per aiutare i rifugiati, dovrebbe essere espulsa dall’Unione. Le accuse fioccano. Si rimprovera all’Est di essere egoista, insensibile, incoerente. Jakub Wisniewski, un ex diplomatico polacco, ora direttore del Globsec Policy Institute a Bratislava, assicura che la situazione è assai più sfaccettata di quanto non appaia a prima vista: «Vi sono motivi sociali, politici, economici, che in fondo si rispecchiano in molti Paesi dell’ex blocco comunista».
Mentre nell’ultimo decennio molti Paesi europei sono diventati multiculturali, l’Europa dell’Est è rimasta socialmente omogenea. In Slovacchia, gli stranieri sono 170mila, su una popolazione di 5,2 milioni. Il 70% delle persone si dichiara di religione cristiana. I musulmani sono tra i 5mila e i 15mila. «Io sono polacco e anche per me talvolta non è facile, nonostante la differenza tra i polacchi e gli slovacchi sia simile a quella tra gli italiani e i corsi», nota ancora Wisniewski. Joseph è un ghanese, sposato a una signora slovacca. Oggi lavora in un albergo di Bratislava: «In questa città – dice – i neri sono tre. Tutti del Ghana».
Dopo essere appartenuto al Regno d’Ungheria, poi all’Impero austro-ungarico e infine alla Cecoslovacchia, il Paese è indipendente solo dal 1993. Molti sono convinti che la recente indipendenza si debba difendere anche assicurando la presenza sul territorio nazionale di una società omogenea che si riconosca in una bandiera con una doppia croce di origine bizantina e in una Chiesa cattolica sempre molto influente. Non si può dimenticare che durante la guerra il Paese remunerò la Germania perché deportasse la comunità ebraica: 500 Reichsmark per ogni ebreo che lasciava il territorio nazionale. Attraversato o occupato nei secoli dai tartari, dai tedeschi, dai russi, dai turchi, il Paese si è finora rifiutato di accogliere truppe americane sul suo territorio.
In parte, l’omogeneità della società slovacca è una illusione: 400mila persone sono di origine rom. Si potrebbe pensare che proprio questa presenza dovrebbe indurre alla mescolanza sociale. Invece no. Jozef Banas è un ex diplomatico cecoslovacco. Una decina di anni fa fu eletto nelle file liberali nel Parlamento slovacco. Oggi pubblica romanzi di successo; e nei mesi scorsi, ha scritto una lettera aperta alla cancelliera Angela Merkel per spiegare perché gli slovacchi non vogliono accogliere rifugiati. «Abbiamo già la nostra dose di profughi», dice, riferendosi ai rom, un gruppo sociale che definisce «sull’orlo della società». E aggiunge: «Parlano slovacco, ma sono incapaci di integrarsi».
La paura dello straniero, in mancanza di una espressione migliore, è anche dettata dal timore di perdere o di condividere una prosperità economica appena acquisita con l’ingresso nell’Unione nel 2004 e l’arrivo nel Paese di molti stabilimenti automobilistici, fino a trasformare la Slovacchia nella Detroit d’Europa. Il prodotto interno lordo pro capite è salito dal 2004 al 2014 da 11mila a 21mila dollari. Nota Wisniewski: «È vero per tutti i paesi della regione: la gente crede di non avere sufficiente ricchezza da condividere con gli stranieri».
A governare il Paese è Robert Fico, un premier nazionalista di 52 anni. «Potrebbe sembrarvi strano – ha detto di recente – ma le cose stanno così: non c’è spazio per l’Islam in Slovacchia». Il problema non è tanto l’arrivo di migranti «ma piuttosto che questi cambierebbero il volto del Paese». Qui a Bratislava molti notano che la democrazia slovacca è giovane, ancora fragile. «La cultura politica non è molto sviluppata. Il dibattito è spesso populista», analizza Zuzana Gabrizova, direttrice del sito di notizie EurActiv. «La televisione fa da cassa di risonanza alla reazione istintiva contro la presenza straniera», creando «un circolo vizioso» tra le paure della popolazione, l’opportunismo della classe politica e il cinismo dei media.
Peraltro, recenti scandali hanno messo in luce i legami inconfessabili di alcuni oligarchi con i notabili politici. Dal canto suo, Banas sottolinea il profondo disinteresse della popolazione per le grandi questioni politiche, che si traduce tra le altre cose in una partecipazione al voto nel rinnovo del Parlamento europeo di appena il 13% nel 2014. «Vi è sfiducia nelle istituzioni comunitarie», spiega lo scrittore, notando come la decisione del ricollocamento sia stata considerata una imposizione dall’alto, da Bruxelles e da Berlino. Aggiunge Wisniewski: «Molti in Europa dell’Est si lamentano perché nell’Unione si sentono oggetti piuttosto che soggetti».
L’establishment slovacco giustifica la sua posizione nell’emergenza rifugiati, notando che in fondo nessun rifugiato vuole rimanere nel Paese. Eppure l’esperimento di «solidarietà flessibile» a Gabcikovo rimane controverso. È una possibile soluzione in una Europa alla ricerca di compromessi sul tema dell’immigrazione o è l’ennesima eccezione nazionale in una Unione sempre più sfilacciata? Incredibile ironia della Storia, a dare il nome alla località è la figura di Josef Gabic, un resistente slovacco che nel 1942 assassinò l’SS Reinhard Heydrich, responsabile in Boemia e Moravia durante l’ultimo conflitto dell’invio nei campi di concentramento di migliaia di ebrei.

B.R.