18 aprile 2011 - 7:30
Ristrutturazione del debito - I timori inconfessabili della Banca centrale europea
Sul futuro della Grecia si affrontano in questi giorni due tesi. Il paese deve fare i conti con un deficit pari al 10% nel 2010 e un debito che nel 2011 salirà al 150% del prodotto interno lordo, un’evasione fiscale che sembra invincibile, e un’economia poco competitiva. Dinanzi a questa situazione alcuni politici europei credono che la soluzione migliore sia di ristrutturare il debito greco. Le possibilità sono tendenzialmente due: allungare le maturità dei titoli pubblici e ridurre le cedole annuali, oppure più drasticamente tagliare il rimborso sul capitale del 30 o 50%. Chi crede in questa strada è convinto che l’operazione sarà certamente dolorosa ma permetterebbe di fare tabula rasa di un indebitamento difficile da gestire per un paese che in una unione monetaria non può fare leva né sui tassi né sulla moneta. L’altra tesi è quella della Banca centrale europea, ribadita più volta in questi giorni. Il fallimento della Grecia - perché di questo si tratterebbe - non solo si tradurrebbe in una perdita secca per milioni di creditori privati e per migliaia di creditori istituzionali in Grecia e in Europa. Gli stessi paesi europei che hanno concesso linee di credito al governo greco potrebbero soffrirne (in parte dipenderebbe dal tipo di ristrutturazione). Gli investitori, preoccupati da altre possibili rinegoziazioni del debito, venderebbero in massa i titoli pubblici di Portogallo, Irlanda o Spagna, provocando un forte aumento dei rendimenti obbligazionari che peserebbe ulteriormente su questi paesi già indeboliti. I banchieri centrali si aspettano anche recessione economica e crisi politica, tale da mettere a rischio in alcuni casi anche il tessuto democratico. Il ragionamento è chiaro, e per molti versi convincente. Ma vi sono probabilmente altri inconfessabili motivi che spiegano la posizione intransigente della BCE.
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