La Libia divide Berlino e Parigi. Quanto pesa la politica interna?

Il consiglio di sicurezza delle Nazioni Uniti ha deciso nelle scorse ore di autorizzare l’azione militare contro il regime libico di Muammar Gheddafi pur di tentare di mettere fine alla violenza delle truppe contro l’opposizione a Bengasi. Il voto ha mostrato una divisione del consiglio: dieci paesi hanno votato a favore, cinque si sono astenuti. Tra i primi bisogna segnalare la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Tra i secondi spicca la Germania, oltre alla Cina e alla Russia. Per molti paesi le motivazioni di politica interna hanno avuto un peso nel decidere un’operazione che tenti di mettere fine alla guerra civile in Libia. Muammar Gheddafi Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha spiegato questo pomeriggio: “Siamo d’accordo con gli obiettivi di questa risoluzione. Non confondete la nostra astensione con la neutralità”. L'analisi tedesca è per molti versi comprensibile. L’esecutivo è consapevole delle condizioni in cui versano i rivoltosi libici, ma teme che l’operazione militare dal cielo possa essere difficile da portar a termine e che un intervento sul terreno diventi inevitabile, con tutte le conseguenze del caso. A ragione, è preoccupato anche dalla possibile uccisione di civili, e si interroga sul futuro della Libia, una volta estromesso il colonnello Gheddafi. Detto ciò, il governo democristiano-liberale è stato anche influenzato da considerazioni di politica interna. Sa che la popolazione tedesca è tendenzialmente pacifista. La Germania è orgogliosa delle molte missioni internazionali della Bundeswehr, ma vive con grande disagio la presenza dei soldati in Afghanistan. L’intervento nel paese asiatico ha provocato finora 48 morti nelle file tedesche.


A qualche giorno da tre voti regionali – domenica in Sassonia-Anhalt, il 27 marzo nel Baden-Württemberg e nella Renania-Palatinato – per la signora Merkel aprire un nuovo fronte militare in Nord Africa, di cui peraltro non è convinta, rischiava di essere una scelta impopolare proprio mentre la strategia nucleare del governo è già argomento controverso che ha rinsaldato l'opposizione socialdemocratica-verde. Paradossalmente, in Francia è valso il ragionamento opposto. Se il presidente Nicolas Sarkozy ha deciso di cavalcare l’intervento contro la Libia i motivi sono da ricondurre alle prossime elezioni presidenziali del 2012, e non solo a ragioni umanitarie. Da un lato il leader neogollista è stretto a destra dal Front National di Marine Le Pen che preoccupato dall’arrivo in massa di immigrati clandestini chiede una politica più interventista. Dall’altro Sarkozy deve fare i conti con la concorrenza nel suo campo di Dominique de Villepin, l’ex primo ministro, potenziale avversario nella corsa all’Eliseo. Da giorni ormai, Villepin interviene nel dibattito politico esortando la Francia, “il paese dei diritti dell’Uomo”, a “difendere i valori della Repubblica”, toccando in questo modo la sensibilità di una fetta consistente della popolazione francese. In questo contesto il presidente Sarkozy ha deciso di promuovere un intervento militare in Libia: per frenare se possibile l’arrivo degli immigrati, sostenere la rebellione contro Gheddafi e magari anche difendere qualche interesse economico. Al di là di quale sia la scelta più opportuna, se quella tedesca o quella francese (io sospetto quella tedesca), è interessante notare come Germania e Francia siano ancora una volta su posizione diverse in politica estera. Per l’Europa l’effetto-ottico non è dei migliori

 

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(Nella foto, il colonnello Gheddafi a Tripoli durante una manifestazione il 2 marzo scorso)

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