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Berlino dà battaglia sul protezionismo - 23/06/09

FRANCOFORTE - Cresce in Germania il timore di un'ondata di protezionismo a livello mondiale, complice la crisi economica. L'establishment politico dà battaglia su un tema che preoccupa non poco il primo esportatore al mondo, e che certo non può lasciare indifferente gli altri paesi leader sui mercati internazionali, a iniziare dall'Italia.

All'inizio del mese, l'associazione imprenditoriale Bdi ha scritto una lettera di quattro pagine al Congresso americano in cui definisce il testo dell'American Recovery and Reinvestment Act «poco trasparente» e attacca in particolare le regole interinali, considerandole «piene di ambiguità », tali da permettere alle autorità di chiudere il mercato alle imprese straniere.
Sulla falsariga della clausola Buy American, il governo cinese ha introdotto norme che impongono alle aziende locali di acquistare prodotti nazionali. «Un segnale pessimo», lo ha definito Jürgen Hambrecht, presidente di Basf. Qualche giorno prima il banchiere della Deutsche Bank, Josef Ackermann, aveva pronunciato un discorso a Pechino particolarmente esplicito.
Riferendosi agli aiuti bancari, il presidente della prima banca tedesca aveva spiegato che «il fenomeno potrebbe creare un ambiente protezionista penalizzante per tutti». Dinanzi a questi episodi, l'establishment tedesco si sta preparando a dare battaglia sia in occasione del G-8 all'Aquila in luglio che durante il G-20 di Pittsburgh in settembre.
«Misure protezioniste sono emerse anche in America latina – commenta Alexander Lau, lobbista a Bruxelles per l'associazione tedesca delle Camere di commercio Dihk –. La questione preoccupa le nostre aziende: capiamo il riflesso di difendere i mercati nazionali in momenti di crisi, ma è pericoloso perché rischia di pesare sulla ripresa economica».
La stampa tedesca segue la questione con grande attenzione. Non le sono sfuggiti per esempio gli aumenti dei dazi doganali in Russia, India, Turchia, Ecuador o Argentina. La Banca mondiale ha registrato 89 nuove restrizioni al commercio dall'ottobre scorso, di cui ben 23 dall'inizio di aprile quando si svolse la riunione del G-20 a Londra.
È difficile parlare di una prossima guerra commerciale, simile a quella che ebbe luogo negli anni 30, dopo lo scoppio della bolla del 1929. Oggi il 75% circa del commercio internazionale si svolge all'interno di aree di libero scambio o tra i paesi dell'Ocse. In realtà le misure protezionistiche più classiche, i dazi, non sono quelle più utilizzate.
«Solo un terzo delle norme si riflette in un incremento delle imposte all'importazione – spiega Tim Sprissler, economista di Deutsche Bank a Francoforte –. La maggior parte delle misure sono barriere non tariffarie ». Queste ultime possono essere dirette (per esempio restrizioni delle procedure) o indirette (attraverso nuove regolamentazioni).
Sprissler sostiene che il protezionismo sta prendendo forma spesso attraverso una corsa ai sussidi, ricordando per esempio che i soli paesi industriali hanno aiutato il settore dell'auto con misure totali pari a 43 miliardi di dollari. Gli stessi pacchetti di stimolo all'economia contengono sovente limitazioni per le aziende straniere.
«Siamo in stretto contatto con il governo federale, i deputati del Bundestag, le nostre ambasciate all'estero – aggiunge ancora Lau – nel tentativo di fare pressione ed evitare forme di protezionismo ancor più gravi ». In questo senso, obiettivo dell'establishment politico tedesco - oggi dall'esito quanto mai incerto - è una rapida ripresa, in autunno, del Doha Round.
B.R.

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